A partire dalla metà del XX secolo, l’homo consumens ha monopolizzato l’immaginario della libertà. La centralità del consumo è andata di pari passo con la svalutazione del lavoro, sempre più instabile, mal pagato e frammentato e perciò sempre meno in grado di farsi parte costitutiva dell’identità personale. 

Criticare la passività che tale configurazione produce sulla vita delle persone è un primo passo. Ma non basta. Per andare oltre, è necessaria un’idea più creativa di libertà capace di riflettersi sull’intera organizzazione sociale. È nel modo in cui è capace di “mettere al lavoro” la libertà umana che qualunque società – compresa quella “dei consumi” – costruisce le proprie fortune. 

Non è stato il capitalismo ad avere inventato il consumo. 

Homo Consumens, Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi - Z. Bauman, Il Margine, 2021

L’uomo da sempre è stato consumatore. Consumare, infatti, è una attività antropologicamente originaria che ha a che fare con la capacità umana di stabilire una relazione intima, con la realtà circostante.  La bellezza del consumare – attività che ha una profonda valenza sociale, comunicativa e comunitaria – é quella di farci “toccare” quella realtà che tende invece sfuggirci.

Semmai, nella sua fase matura, da quando cioè ha capito che il lavoro non bastava più a sostenere la crescita, il capitalismo si è impossessato della capacità di consumare, costruendovi attorno un intero modello sociale. La “società dei consumi” non è un evento naturale, una necessità della natura umana, il frutto di un’evoluzione inevitabile del cammino di sviluppo. Si tratta, invece, di un progetto sociale pensato già alla fine dell’800, ma pienamente attuato solo dopo la seconda guerra mondiale.

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Parlare di generatività diventa possibile nel momento in cui si riconosce che abbiamo bisogno di fare un passo in avanti, al di là della società del consumi. Obiettivo possibile se pensiamo l’essere umano come capace non solo di inglobare in sé, di “mettere dentro” (attraverso, appunto, il consumo), ma anche di esternare, di “mettere fuori”, attraverso tutte le forme del creare, del lavorare, del produrre, dell’agire che, nel loro significato antropologicamente più ampio, sono riconducibili al generare.

Esattamente come nel caso del ‘consumare’, anche il movimento del ‘generare’ è un atto antropologico originario, che da sempre definisce l’essere umano. Non si tratta dunque di inventare nulla di nuovo, né di contrapporre un termine con l’altro. Piuttosto, si tratta di riconoscere un certo modo di essere dell’umano, di valorizzarlo e di creare le condizioni per poterlo esprimere pienamente e liberamente.

Avendo chiaro che parlare di ‘generatività sociale’ non vuol dire svalutare il consumo. L’obiettivo è semmai quello di superare gli eccessi consumeristici rafforzando il movimento complementare: ‘mettere fuori’ e non solo ‘mettere dentro’; ‘escorporare’ e non semplicemente ‘incorporare’, dare non solo prendere.

Etimologicamente, ‘generare’ è collegato a tutta una serie di termini come ‘generosità’, ‘genialità’, ‘genitore’, ‘genesi’, gente, genuino, originale, ingenio: parole e concetti che condividono la radice gen. La radice latina esprime l’idea di qualcosa che ‘viene alla luce’, ‘germoglia’ e che è capace di durare nel tempo lasciando un segno, fino a creare una tradizione (come nel caso di una gentes, cioè di d’una famiglia). La stessa parola “felicità” deriva dal latino  ‘fecundus’ che indica appunto la capacità della vita di generare altra vita. ‘Ciò che è vivo dà frutto’, scriveva Schelling. E per capire se una pianta è viva o morta guardiamo se anche da rami apparentemente secchi riesce a spuntare qualche nuovo germoglio.

Homer & his muse from An illustration of the Egyptian, Grecian and Roman costumes by Thomas Baxter(1782–1821).

Ma ancora più espressiva è la radice greca. Il gen latino, infatti, viene dal verbo greco gignomai che significa essere, far essere, far accadere. Ecco dunque una indicazione fondamentale: originariamente, “generare” indica, ancora più e meglio della parola “agire” (che venendo dal verbo ago indice condurre, portare a termine sottolineando così l’esperto realizzativo), la capacità del mettere al mondo, del far accadere come capacità qualificante l’essere umano. Ben al di là dell’aspetto biologico (il mettere al mondo un figlio) “generare” è ciò che “facendo essere ci fa essere”.

 

Il problema è che oggi, nella cultura iperindividualsirica e tecnocratica nella quale viviamo, facciamo una gran fatica a riconoscere la portata antropologica del termine “generare” (come gignomai). La modernità infatti ha da una parte intuito il punto (mettendo al centro della propria dinamica proprio l’iniziativa individuale); dall’altra lo ha profondamente distorto, riducendo  il generare al solo fabbricare, cioè al realizzare uno scopo materiale in modo sempre più efficiente e standardizzato.

‘Generare’, dunque, non é l’effetto di un imperativo morale. Al contrario, esso è espressione di quella energia interna che apre le persone al mondo e agli altri, alla ricerca di un senso, così da metterle in grado di agire efficacemente e contribuire creativamente a ciò che le circonda. Generare tende a  instaurare un circolo virtuoso, in cui ciascuno raggiunge la soddisfazione personale mentre arricchisce il contesto sociale.  Un gioco a somma positiva in cui tutti, in una certa misura, escono avvantaggiati: chi agisce – diventando “autore” a tutti gli effetti della propria vita – e il contesto circostante – che beneficia del lavoro di ricostituzione del legame sociale che tende sempre a spezzarsi.

Erik Homburger Erikson
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L’origine del termine ‘generatività’ è nella psicologia. Fu infatti negli anni ‘50 che Erik H. Erikson, all’interno della cornice di una concezione evolutiva della personalità umana, definì la generativitá come una forma di realizzazione di sé in cui un soggetto attivo e creativo, in sintonia con il dinamismo della vita, offre un contributo all’ambiente circostante capace di  favorire l’autorealizzazione  altrui.

Erikson descriveva l’esistenza individuale come una sequenza (né lineare né automatica) di diverse fasi che segnano la graduale trasformazione del soggetto, il quale da “fruitore”, diventa “fornitore” di cura. Il problema è che l’ingresso in ciascun nuovo stadio di questa evoluzione non è un passaggio né semplice né indolore. Al contrario, esso comporta sempre una ‘crisi’, cioè la necessità di decidersi tra progresso e regressione. 

Ogni fase di questa trasformazione è segnata dal dilemma tra “generatività” e “stagnazione” (o auto-assorbimento): dopo la lunga stagione della sperimentazione continua e della centratura sull’Io associata alla giovinezza, viene il momento in cui il raggiungimento della felicità è subordinato alla capacità di instaurare un’interazione positiva tra l’io e il contesto circostante. Ecco perché, per Erikson, la generatività coincide con quella condizione in cui l’espressione di sé prende la forma di un contributo sensibile al contesto circostante e alle future generazioni. 

Soltanto se e quando supera un orientamento incentrato solo su se stesso, il soggetto diventa in grado di aprirsi e di interagire positivamente con ciò che lo circonda, all’interno di una cornice intersoggettiva e intergenerazionale. 

La pienezza del nostro essere liberi implica, secondo Erikson, divenire capaci di generare non solo biologicamente ma anche, e in senso più ampio, simbolicamente: essere in grado, cioè, di portare qualcosa di nuovo nel mondo entro una dinamica processuale che arricchisce tanto il soggetto quanto il contesto circostante. 

 

Comportando la decisione e la responsabilità di far nascere o rivitalizzare ciò che ci circonda o che abbiamo ereditato, la generativitá stabilisce così un nuovo legame con la realtà e le sue sfide. Da questo punto di vista, la generativitá  comporta un’idea di libertà irriducibile alla scelta tra diverse opzioni possibili: scegliere non è che il primo (e neppure il più importante) passo di un processo ben più complesso. La libertà, quando diventa generativa, comporta infatti creatività, rischio, affezione, dedizione, attivazione, resilienza, proiezione verso il futuro.

 

Va precisato da subito che la generativitá non è uno stadio dello sviluppo personale a cui si arriva in modo automatico, né tanto meno é una tappa irreversibile. Essa è piuttosto una potenzialità che può non essere ascoltata e che può sempre ribaltarsi nel suo opposto: nell’auto-assorbimento che genera chiusura, inazione, mancanza di produttività. In qualunque stadio dello sviluppo personale, infatti, la tensione con la polarità negativa non può mai essere eliminata.

AIGA San Francisco (1984) vintage poster by Michael Manwaring. Original public domain image from the Library of Congress. Digitally enhanced by rawpixel.

La difficoltà nasce dal fatto che la generativitá deve sempre combattere con la propria ombra: per quanto antropologicamente costitutiva, essa trova un ostacolo nell’Io che, quanto più è consapevole di se stesso, tanto più tende a rispecchiarsi in se stesso o a usare gli altri come specchio, rimanendo prigioniero della propria esistenza. 

Il punto problematico è che non c’è generativitá senza perdita. E questo perché solo perdendo, mollando la presa sulla realtà, lasciando andare, è possibile compiere fino in fondo il movimento richiesto dalla generativitá: assecondare la vita che viene prima, passa attraverso e va oltre ciascuno. Un movimento che, per un essere vivente abituato a far coincidere la vita con la propria esistenza individuale, non é mai semplice. 

Eppure si tratta di uno snodo cruciale: per lasciare vivere ciò che si è messo al mondo – e così godere pienamente dell’inizio di cui siamo stati promotori – occorre perderlo, aprendo così la possibilità di ritrovarlo. Lo sappiamo dal racconto di chi ha oltrepassato questa frontiera e ha imparato a non aver paura della perdita, che è comunque inevitabile e necessaria se non vogliamo soffocare ciò che abbiamo messo al mondo. Attraversare questa fatica, questo dolore, è un passo capace di restituire una soddisfazione inaspettata e intensa, al di là del possesso.

Illustration by Edouard Manet for a French translation by Stephane Mallarme of Edgar Allan Poe's "The Raven". Part 2 of 4 full page plates (two smaller illustrations at beginning and end omitted). More: Original public domain image from Wikimedia Commons

È probabilmente questa la dinamica alla radice di un fenomeno controintuitivo: spesso chi ha subito un trauma riesce più facilmente a entrare nella  logica  generativa; chi ha perso ciò che più aveva a cuore non ha più paura di niente, e diventa così capace di un movimento più leggero e creativo, trasformando il dolore di una fine nell’energia di un nuovo inizio. Qualcosa di simile a ciò che si prova quando si impara a nuotare: per sentirsi a proprio agio nell’acqua occorre vincere la paura che viene nel momento in cui ci si deve lasciare andare in un ambiente che non si conosce e che per questo incute timore: più si cerca di dimenarsi per stare a galla, più si va a fondo. Per imparare a nuotare è necessario non farsi prendere  dalla  paura.

Si può dire dunque che la generativitá è un movimento antropologico originario insieme semplicissimo e difficile. Semplice perché lo conosciamo ancora prima di compierlo. Se siamo venuti al mondo (biologicamente e simbolicamente) è perché altri si sono presi cura di noi mettendoci nelle condizioni di diventare autonomi. 

Abraham Lincoln (1971) vintage poster by Paul Peter Piech.

La difficoltà nasce dunque dal coniugare l’intensità del coinvolgimento associata all’iniziativa – che impegna integralmente – con  la perdita di controllo che il movimento generativo porta con se. Ciò comporta un movimento che incontra la resistenza che viene dal senso necessariamente radicato della nostra esistenza. E che genera paura. Ecco perché, anche se non è difficile intuirne l’attrattiva, non sempre lo stadio  generativo viene raggiunto. Tanto più che la generativitá, più che in una forma ultima e perfetta, si manifesta come un processo complesso e contraddittorio: la tensione tra iniziativa e perdita, mettere al mondo e lasciar andare – che più in profondità rimanda a quella tra morte e vita – non è mai risolta una volta per tutte. 

Per aprire una nuova stagione storica nella quale la prosperità non si riduca all’aumento quantitativo (e perciò ripetitivo) delle possibilità tra cui scegliere (aprendo così un enorme spazio all’eccesso come via di fuga), il primo passo è dunque culturale. Si tratta, cioè, di ripensare la nostra libertà, superando lo schiacciamento sul consumo e sull’aumento puramente quantitativo delle possibilità di scelta che si è affermato soprattutto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.

Per risolvere i problemi che abbiamo davanti – innescare un nuovo modello di sviluppo sostenibile, rinsaldare la democrazia, combattere l’ingiustizia, l’indifferenza, la solitudine  – il concetto di libertà non può essere ridotto al suo significato negativo, ovvero al movimento del’ ‘liberarsi da’; né basta l’idea di libertà come scelta tra il maggior numero di opzioni possibili (tutte equivalenti, e di fatti già predisposte).

Una volta che le persone sono state liberate dall’oppressione e dalla tirannia, si apre la sfida della “libertà positiva”,  ovvero  del ‘motivarsi verso qualcosa’, assumendo  la responsabilità verso il mondo come sorgente di creatività e autorealizzazione. 

Una questione che da sempre accompagna la riflessione sulla libertà e che oggi è quanto mai urgente riproporre ricordando – come scriveva John Stuart Mill, uno dei grandi teorici della libertà – che “sono felici solo coloro che hanno la mente fissata su qualcos’altro che la propria felicità: la felicità degli altri o il miglioramento dell’umanità”. 

Come all’inizio del XX secolo ci fu chi fu capace di vedere la centralità del consumo per fare evolvere l’economia della società di quel tempo – visione da cui derivarono tutte quelle forme istituzionali che hanno reso possibile la società dei  consumi (la stabilità del posto di lavoro, la pubblicità, le ferie retribuite, il credito al consumo etc.) -così oggi abbiamo il compito di immaginare nuove modelli organizzativi, nuove forme di partecipazione alla vita dei territori, nuove modalità di educazione e formazione che rafforzino per rendere plausibile questo nostro modo di essere nel mondo. Non una semplice conservazione di ciò che c’è, ma una diversa idea di futuro e di prosperità, in grado di comporre il desiderio di più vita con  la sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale.

Mauro Magatti

Mauro Magatti

Mauro Magatti sociologo ed economista ed editorialista di Corriere della Sera e di Avvenire. Insegna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Fondatore dell’Archivio della Generatività Sociale.

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